Accesso agli atti - inosservanza -

Parere del 28 dicembre 2017 rilasciato dal Direttore del servizio Enti Locali.

L’articolo 43, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000 stabilisce che: “I consiglieri comunali e provinciali hanno diritto di ottenere dagli uffici, rispettivamente, del comune e della provincia, nonché dalle loro aziende ed enti dipendenti, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all'espletamento del proprio mandato. Essi sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge”, e il successivo comma 3 dello stesso articolo 43 dispone che: ”Il sindaco o il presidente della provincia o gli assessori da essi delegati rispondono, entro 30 giorni, alle interrogazioni e ad ogni altra istanza di sindacato ispettivo presentata dai consiglieri. Le modalità della presentazione di tali atti e delle relative risposte sono disciplinate dallo statuto e dal regolamento consiliare”.

Si evince, pertanto, che le disposizioni legislative anzidette conferiscono al consigliere comunale un ruolo fondamentale all’interno del consiglio comunale, in quanto rappresentante esponenziale della comunità locale, al fine di garantire l'espletamento del proprio mandato (munus publicum).

Ciò premesso, giova ricordare la copiosa giurisprudenza amministrativa intervenuta al riguardo, la quale, per quanto qui rileva, ha avuto modo di riconoscere ai consiglieri comunali “un diritto di accesso incondizionato, purché non invada l’ambito riservato all’apparato amministrativo e non integri però un abuso del diritto, a tutti gli atti che possano essere utili all’espletamento del loro mandato, anche al fine di permettere di valutare con piena cognizione la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’amministrazione, nonché per esprimere un voto consapevole sulle questioni di competenza del Consiglio” specificando che “La giurisprudenza ha infatti precisato però che il diritto all'informazione riconosciuto ai consiglieri comunali per l'utile espletamento del loro mandato soggiace al rispetto di alcune forme e modalità tese ad evitare che l'attività degli uffici venga manifestamente ostacolata da domande che si convertano in un eccessivo e minuzioso controllo dei singoli atti da parte degli uffici o, comunque, in richieste che arrechino nocumento all'azione amministrativa” (Cfr. ex multis C.d.S. Sez. IV – Sent. 12 febbraio 2013 n. 846 - C.d.S. Sezione V, Sent. 4 novembre 2011, n.589 - TAR Piemonte, sentenza 31 luglio 2009, n. 2128)

In precedenza, il Consiglio di Stato - Sezione V, con la sentenza n. 4471 del 2 settembre 2005 aveva sostenuto che: “si afferma pure in giurisprudenza che il consigliere comunale non può abusare del diritto all'informazione riconosciutogli dall'ordinamento, piegandone le alte finalità a scopi meramente emulativi o aggravando eccessivamente, con richieste non contenute entro gli immanenti limiti della proporzionalità e della ragionevolezza, la corretta funzionalità amministrativa dell'ente civico”.

Tale affermazione è stata poi ripresa dal T.A.R. della Campania, sezione staccata di Salerno (Sezione Seconda), con la sentenza n. 2040/2012 del 13/11/2012, allorquando lo stesso Tribunale Amministrativo si è dovuto pronunciare su un ricorso avente per oggetto un’istanza di accesso ai documenti amministrativi presentata da un consigliere comunale.

Alla luce di quanto suesposto e in virtù delle disposizioni di legge su citate, ne discende il diritto di accesso agli atti del consigliere comunale, diritto pressoché incondizionato, che incontra dei limiti quando la richiesta, sebbene connessa all’esercizio del proprio mandato, si contraddistingue per il suo carattere abnorme ed emulativo ovvero per la sua genericità, rendendo la medesima istanza eccessivamente gravosa e, conseguentemente, non facilmente armonizzabile con il funzionamento degli uffici, sia dal punto di visto organizzativo che economico.

Data:
28.12.2017
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